|
L’origine del coaching è molto precedente alla data in cui la teoria
e la pratica delle moderne scuole (di origine prevalentemente
americana) pretendano di segnarne l’inizio. Si può sostenere che
esista almeno dal quinto secolo avanti Cristo (ovviamente allora il
nome e il contesto di applicazione era diverso dall’attuale).
L’idea di una guida capace di favorire il processo di apprendimento
e cambiamento, partendo dalle risorse detenute da ciascun individuo,
che attraverso un aiuto, in modo non direttivo, portino il singolo a
trovare le «sue» soluzioni attraverso l’uso di domande e
riformulazioni utili a stimolare la comprensione delle situazioni e
l’elaborazione di nuove strategie, non può che far pensare
all’approccio di Socrate.
La maieutica socratica, se non equivalente ante litteram del
coaching, deve esserne quanto meno considerata quale importante
riferimento concettuale e metodologico.
In fondo la maieutica altro non è che l’arte di far emergere
nell’altro le conoscenze e le consapevolezze che in potenza egli già
possiede, o, secondo l’etimologia del termine, l’«arte della
levatrice», dato che come quest’ultima Socrate portava
l’interlocutore a «partorire» pensieri del tutto personali e verità
intimamente conservate. Tali conquiste, in quanto ottenute dal
diretto interessato e non imposte da altri, risultano pertanto più
efficaci e potenti ai fini dell’apprendimento.
Il coaching nasce proprio da una premessa «filosofica» e procedurale
del tutto simile: l’essere umano ha in sé le risorse e le capacità
per costruire e dirigere la propria vita e i progetti personali e
professionali che la caratterizzano, ma in determinate situazione ha
bisogno di un aiuto per orientarsi, emanciparsi da idee e
convinzioni limitanti, ritrovare chiarezza, fiducia, determinazione
e dotarsi degli strumenti utili per compiere i passi desiderati.
Lo stesso Socrate, d’altra parte, riteneva che l’accesso alla verità
è impedit o se non è prima possibile liberarsi delle «false
opinioni»: a tale risultato conduceva il processo di indagine e
confronto con il maestro (sebbene, come si vedrà, tale termine non
corrisponde all’universo semantico e culturale del coaching).
Un processo di liberazione dunque, da limitazioni, incertezze,
smarrimenti, difficoltà nella gestione delle fasi di cambiamento e
trasformazione: in tal modo può essere considerato il coaching.
Sempre nella filosofia greca, come ricorda Giovanna Giuffredi [1], è
possibile ritrovare altre radici della disciplina oggi nota come
coaching: dall’incitazione socratica «conosci te stesso» a quella di
Pindaro, «diventa ciò che sei», passando dalle riflessioni di
Parmenide, «basta trovare il coraggio di percorrere la via», e di
Eraclito, «l’unica cosa permanente è il cambiamento».
Questi spunti aiutano a capire che le ragioni alla base della
nascita del coaching sono rintracciabili in almeno tre ampi
«contenitori» di bisogni (che verranno meglio declinati nel
successivo paragrafo «le ragioni dell’affermazione del coaching»)
che i singoli, come i gruppi e le organizzazioni, sentono di voler
soddisfare grazie a un metodo adeguato:
realizzare il proprio progetto, la propria «missione» personale e
professionale, così come i piani operativi in cui essa viene
declinata;
superare situazioni di blocco o di perdita di slancio nella propria
vita (tanto privata, quanto lavorativa);
affrontare e guidare i momenti di cambiamento.
Proprio il tema del cambiamento è infatti strettamente legato alla
nascita del moderno concetto di coaching, inteso come strumento a
supporto dell’evoluzione di individui, gruppi e organizzazioni da un
determinato stato presente a un trasformato stato futuro (Tavola 1).

Lo stesso etimo del termine allude infatti a tale funzione di
«veicolo» per il passaggio da una situazione a un’altra: coach
deriva infatti da Kocs, villaggio ungherese noto nel quindicesimo
secolo per la produzione delle cosiddette kocsi szekér, ovvero
carrozze di qualità dotate di sospensioni a molla. Da qui l’uso
venne portato in Inghilterra dove ancora oggi nella lingua inglese
per definire le carrozze dei treni si usa appunto il vocabolo coach.
Sempre in Inghilterra, nel 1800, tale parola passò per la prima
volta a designare per similitudine una persona: gli studenti
universitari la utilizzarono infatti per qualificare i migliori
tutor, volendo così indicare la loro funzione di «traghettatori
verso il successo finale nell’anno accademico».
Parallelamente anche nel vecchio West iniziò ad essere identificato
come coach l’uomo seduto a cassetta sulle diligenze (quelle
inseguite dagli indiani in molti vecchi film western!), e coach era
anche il capo carovana, la figura che conduceva i pionieri fino agli
appezzamenti di terreno da loro acquistati e che indicava la strada
migliore e più sicura per arrivare a destinazione.
Dagli anni ’80 del ‘900 poi, ritroviamo il «coach» per eccellenza
negli ambiti sportivi: è del 1974 il celebre «The Inner Game of
Tennis» di Timothy Gallway, che sconvolge la tradizionale concezione
delle determinanti del successo sportivo, enfatizzando l’importanza
della condizione «interna» del giocatore nel conseguimento del
risultato («l’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto
più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete»).
Coach diventa in tal senso sinonimo di persona che affianca lo
sportivo nell’allenamento e gli dà sprone, motivazione e indirizzo
nel raggiungimento di traguardi ambiziosi. |