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Coaching, psicoterapia, formazione, consulenza, mentoring e counseling


coaching-psicoterapia-formazione-consulenza-mentoring-counselingCome già accennato, il coaching è spesso confrontato con altre discipline, in modi e con finalità diverse interessate allo sviluppo, al potenziamento o alla cura della persona, sia questa in un contesto privato, sia organizzato.
I motivi di tali paragoni sono vari, ma il più delle volte sono da una parte riconducibili alla scarsa conoscenza di questi strumenti e dei loro ambiti di applicazione, e dall’altra a una certa confusione generata dagli stessi operatori.
Per quanto riguarda poi in particolare coaching e formazione va riconosciuto che soprattutto nella pratica aziendale si assiste sempre più spesso all’offerta combinata di progetti che contemplano tanto parti formative, quanto di coaching.
Non è ad esempio raro il caso in cui un percorso formativo rivolto a team sia integrato da moduli di team coaching (si veda il caso De Rigo Vision), e viceversa, ma è anche possibile che a valle dello stesso intervento formativo possano essere avviati percorsi di coaching individuali con una parte o tutti i partecipanti.
Allo stesso modo va rilevato che alcune delle sessioni di coaching individuale possono consistere in vere e proprie sessioni di formazione, qualora si rilevi la necessità del lavoro su specifiche competenze in cui il coach vanta una precisa expertise (ad esempio di marketing, di public speaking, di tecniche di vendita, ecc.).
In ogni caso i due equivoci più frequenti sono quelli che vogliono il coaching da una parte come una forma di terapia, per così dire, soft, e dall’altra come formazione mirata sull’individuo.
Partiamo dal rapporto psicoterapia-coaching: molti sintetizzano la differenza tra i due approcci affermando che la psicoterapia lavora sul passato della persona, scavandovi alla ricerca dei traumi subiti, delle origini dei malesseri provati e degli schemi disfunzionali adottati, mentre il coaching concentra la propria azione sul presente e sulla costruzione di soluzioni utili a raggiungere gli obiettivi futuri. Dal mio punto di vista questa considerazione non rappresenta il cuore della differenza e in un certo senso risulta perfino troppo categorica.
Anche nel coaching, come già ricordato, può in taluni casi essere utile accedere al passato del partner, ad esempio per ricercare situazioni emblematiche di successi vissuti da rievocare al fine di trarne spunti e insegnamenti o di soluzioni particolarmente efficaci che so no state attuate in via di eccezione a copioni ridondanti.
In tal senso il passato è considerato come una delle possibili fonti di ispirazione per il fu turo, oppure come un confronto con il presente, da rileggere così in modo più ampio, ma mai come sua spiegazione.
Come afferma Massimo Tommasi (2007), infatti, «la psicoterapia lavora molto sul per ché di tipo causale, il coaching lavora molto sul perché di tipo finale (a quale scopo) e sul “come” arrivare alla meta fissata».
In sostanza il coaching può anche valutare il passato come possibile punto di partenza, ma il suo focus è certamente sul qui e ora e su ciò che si desidera avvenga.
Diversa è poi la finalità: la psicoterapia è certamente utile nei casi di malessere persistente provato da un individuo per cause non meglio precisate, anche se poi rintracciate e identificate nel corso della terapia (a questo riguardo ad esempio la differenza con il counseling è che quest’ultimo è circoscritto a casi di disagio derivanti da episodi specifici), e ha come punto di arrivo quella che viene definita come «ristrutturazione della personalità», ovvero una nuova impostazione della struttura dell’io.
coaching-psicoterapia-formazione-consulenza-mentoring-counselingIl coaching lavora soprattutto sugli aspetti di tipo relazionale e sociale delle persone, sul le percezioni e sui comportamenti, al fine di elaborare nuove strategie, sovente con un’impostazione molto operativa.
Risulta ovvio che per alcuni agire sui rapporti interpersonali significa intervenire solo sui comportamenti esterni, mentre per altri ciò permette di toccare livelli anche più profondi.
In generale si può dire che la psicoterapia si concentra in profondità e pressoché esclusi vamente sull’area del saper essere, mentre con il coaching si lavora più spesso su quella del saper fare, coinvolgendo solo di conseguenza, in via più o meno mediata, anche il saper es sere: il coaching offre infatti alle persone accompagnate uno sguardo nuovo su se stesse e sulle situazioni che affrontano.
Da un punto di vista estremamente pratico, Kilburg (2000) delinea poi alcune distinzioni tra pratica del coaching e della terapia:

  • per il coach, a differenza del terapeuta, può essere persino consigliabile pranzare o cenare con il proprio cliente. Uno scenario piuttosto informale può approfondire il senso di fiducia;

  • il coach può stabilire rapporti con la famiglia del proprio cliente, conoscere il contesto affettivo del cliente, da esso si possono trarre preziose informazioni per meglio comprende re le sue difficoltà ed esigenze;

  • spesso i clienti esprimono la loro gratitudine attraverso regali, ciò può essere considerato inappropriato in una relazione terapeutica, ma non lo è all’interno di un rapporto di coaching, essendo questo molto più simile ad un normale rapporto di lavoro;

  • le organizzazioni hanno propri «codici» di abbigliamento e di linguaggio; per un coach adeguarsi ad esse permette di integrarsi anche visibilmente nel mondo dei propri clienti, e ciò può accelerare il processo di accettazione dell’attività di coaching.
    Anche per quanto riguarda la formazione è giusto sfatare alcuni luoghi comuni legati a una concezione piuttosto superata dell’intervento formativo, visto come momento di trasferimento di competenze, regole e principi: una visione meccanicistica che ha più a che vedere con un modello di istruzione classica che di «formazione moderna».

Da questo punto di vista i metodi formativi oggi sempre più adottati condividono con il coaching l’idea di fondo che la componente teorica è solo una parte del processo, da integrare con stimoli tanto intellettuali, quanto emotivi ed esperienziali, in grado di attivare le capacità di analisi e riflessione di chi vi è coinvolto. Inoltre, l’apprendimento più utile e tra sformante è da considerarsi il meta apprendimento, ovvero quello relativo alle capacità stesse di apprendere, sviluppando quindi soluzioni che appartengano realmente al soggetto.
Il principio del cosiddetto action learning, introdotto dal Professor Reginald Revans (1980, 1998), si fonda esattamente sui suddetti presupposti. Egli sintetizza il proprio credo nella nota sentenza: «finché le tue idee sono ridicolizzate da un esperto, esse non produrranno alcun valore».
Secondo Revans l’apprendimento segue una precisa equazione: L (learning)= P (programmed knowledge) + Q (questioning to create insight), dove «P» rappresenta la conoscenza formale, quella già codificata e proposta nelle aule tradizionali, e «Q» é la capacità di porre domande potenti, riflettere sulle risposte emerse, analizzarne le conseguenze, in una parola generare nuova comprensione e consapevolezza. In questo schema il lavoro sul fattore «Q» é più importante del dare risposte «giuste», in sostanza il percorso svolto è prioritario rispetto al risultato raggiunto, perché solo attraverso di esso può essere generato un apprendimento che i partecipanti sentono appartenere davvero loro.
David Kolb (1975) rinforza gli stessi concetti introducendo il modello del ciclo di apprendimento attraverso l’esperienza (Tavola 2).
Pensate ad esempio a un neolaureato che dopo una brillante carriera universitaria, durante la quale ha accumulato numerose nozioni, viene assunto da un’azienda. Nelle aule universitarie si è preparato a svolgere un lavoro, o meglio, ha appreso un certo numero di teorie, ha ascoltato testimonianze di professori ed esperti del settore di suo interesse, oltre che i racconti di parenti e amici già inseriti nel mercato del lavoro, facendosi così una certa idea della sua futura attività e del tipo di relazioni che avrebbe intrattenuto con superiori, colleghi, clienti, ecc. Quale sarà il suo impatto con il lavoro? In molti casi i neolaureati alla prima esperienza provano smarrimento, in alcuni casi frustrazione, se non addirittura delusione e inizialmente, com’è peraltro normale, vivono delle difficoltà per capire il funzionamento del nuovo meccanismo in cui sono stati inseriti.
Ebbene, come è avvenuto il suo apprendimento? Secondo il più sperimentato modello della formazione classica, quella tipica del nostro sistema d’istruzione e di una certa concezione, come detto alquanto superata, anche dell’apprendimento nelle aule aziendali.
Pensate allo stesso neolaureato a distanza di un anno dal suo “debutto in società”: il senso di smarrimento sarà scomparso (se così non fosse bisognerebbe chiedersene le ragioni), avrà appreso regole più o meno formalizzate sia di tipo tecnico, sia di comporta mento, avrà costruito un proprio network di relazioni interne ed esterne, così come avrà delle idee su come gestire il rapporto con il proprio capo, del quale, anche inconsciamente, ora conoscerà aspettative e modalità di comportamento. Il suo bagaglio di competenze hard e soft si sarà in sostanza arricchito grazie al cosiddetto «learning by doing», vale a dire grazie all’azione e alla sperimentazione diretta sul campo.
Ora immaginate che la sua azienda sia acquisita o si fonda con un’altra, che il suo capo, in seguito a questo evento, sia sostituito da uno nuovo e l’ufficio sia riorganizzato, con notevoli cambiamenti non solo nella sua composizione, ma anche nella sostanza dell’attività svolta. Quanto dell’apprendimento acquisito nell’ultimo anno sarà ancora utile al nostro neolaureato (come a gran parte dei suoi colleghi)? Di certo l’esperienza accumulata ha un notevole valore nello svolgimento di un’attività e aiuterà il nostro neolaureato anche nella situazione descritta, ma solo quando viene interiorizzata può essere davvero spesa in situa zioni non previste.
L’apprendimento sul campo è ottimo perché permette di capire concretamente ciò che serve nella specifica situazione e quindi di imparare facendo ciò che si continuerà a fare anche in futuro in un mondo senza attriti e senza cambiamenti.
In un mondo soggetto a mutamenti contraddistinti da ritmi e richieste pressanti, apprendere facendo (il «learning by doing») non basta più, ma bisogna entrare nella logica dell’action learning e dell’apprendimento ciclico attraverso l’esperienza, per la quale solo la comprensione consapevole di un vissuto possiede la qualità necessaria a una crescita sostenibile.
Analogamente a quanto avviene nel coaching, nella «nuova formazione» l’apprendimento si genera dunque lungo un processo e il ruolo del discente diventa attivo, non più di semplice ascoltatore, bensì portato ad assumere in prima persona la responsabilità diretta della scoperta e dell’acquisizione delle competenze ricercate. Allo stesso tempo anche il ruolo del formatore cambia, assistendosi al passaggio da insegnante classico, che trasmette contenuti, a facilitatore di apprendimento, vale a dire gestore di processo, che pone domande, propone stimoli e conduce nell’attività di sintesi.
coaching-psicoterapia-formazione-consulenza-mentoring-counselingAgendo in pratica come coach.
A questo punto appare maggiormente corretto e utile sottolineare, più che le differenze generali tra coaching e formazione, quelle tra una formazione di tipo tradizionale, cioè concentrata sul cosiddetto «travaso delle competenze» (per il cui concreto ritorno in termini di efficacia si dovrebbero fare valutazioni mirate) e una che potremmo definire formazione-coaching, ovvero un approccio che, utilizzando tecniche di coaching, quali domande, riformulazioni, sintesi e feedback, conduce i partecipanti in un percorso di auto-apprendimento e di auto-sviluppo. Con quest’ultima il coaching, al di là della forma del contratto iniziale, dell’ampiezza dell’intervento, di questioni di setting e di specificità e personalizzazione degli obiettivi, ha da un punto di vista metodologico certamente più similitudini che differenze.


Tavola 2 – Il ciclo dell’apprendimento attraverso l’esperienza



Discorso simile vale per la consulenza, dove è necessario distinguere tra consulenza tradizionale e consulenza di processo (già citata con riferimento all’opera di Edgar H. Schein).
Se il prototipo del consulente tradizionale è quello dell’esperto di contenuto che risolve problemi e fornisce consigli, forte della propria competenza (un lavoro cioè, che potremmo definire sul «cosa»), la distanza con il coaching, come oramai dovrebbe essere chiaro, risulta siderale.
Un coach lavora infatti principalmente sul «come», sul percorso, cioè elabora con il proprio partner nella relazione di coaching la più ampia e chiara comprensione della situazione presente e di quella di approdo, ricercando alternative di traiettoria, di strumenti/risorse a disposizione del partner stesso e valutando alla fine i risultati raggiunti.
In una prospettiva alquanto simile si muove il consulente di processo, che provvede a elaborare un problema insieme al cliente, contribuendovi non tanto con le proprie conoscenze specifiche sull’argomento d’interesse, ma con il presidio del metodo.
In questo caso la differenza con il coaching è soprattutto nel focus e nella direzione dell’attenzione del consulente e del coach: il primo collabora con il soggetto (il cliente) per definire e trovare soluzioni riguardo all’oggetto (il problema e la sua soluzione), il secondo contribuisce a sviluppare l’oggetto (la soluzione) passando attraverso il rafforzamento del soggetto (il partner) e lo sviluppo delle sue capacità decisionali e gestionali.
Per altri versi il mentore si propone invece esplicitamente come esperto: egli di solito è una persona con notevole esperienza sia dal punto di vista tecnico, sia delle dinamiche tipi che di un determinato ambiente organizzativo, nonché del suo settore di riferimento. Il suo ruolo è infatti quello di affiancare chi ha bisogno di essere introdotto nei principi e nelle re gole di un’attività, normalmente un giovane, che si avvia alla professione o a svolgere una nuova mansione all’interno di un’organizzazione. In un’azienda, ad esempio, il mentore è quindi il garante della continuità dello «stile della casa» e delle regole e dei segreti del mestiere.
A differenza del coaching, gli strumenti di base sono il consiglio e l’esempio, attraverso i quali egli contribuisce a dar forma e a influenzare le convinzioni e i comportamenti del «mentee» (la persona affiancata). In ogni caso, come nel coaching, un buon mentoring dovrà prevedere l’analisi e la valorizzazione del potenziale del mentee.
Il counseling, infine, è l’aiuto offerto alla persona che vive un momento di difficoltà e di disagio per ragioni di ordine contingente, riconducibili a episodi specifici: cambiamenti inattesi e non desiderati (la perdita di una persona cara, l’interruzione di un rapporto importante) o comparsa di determinate circostanze ambientali, quali difficoltà d’inserimento in nuovi contesti o di relazione con persone che abitualmente si frequentano (dissidi con superiori, colleghi, collaboratori, famigliari o amici), in grado di deteriorare il clima e la qualità della vita lavorativa e privata.
In tali situazioni il bisogno principale è quello del confronto con chi (il counselor) possa aiutare a ripristinare una condizione di equilibrio emotivo. Il disagio provato non è di ordi ne strutturale, quindi non richiede, come visto per la psicoterapia, una «ristrutturazione del la personalità», ma fondamentalmente un momento di ascolto partecipe e di rispecchiamento.
Infatti, secondo il padre della disciplina, lo psicologo americano Carl Rogers (1951, 1977), nella relazione di counseling è l’incontro stesso con una persona avente determina te caratteristiche (la cosiddetta «congruenza») e capace di creare un clima favorevole (di empatia e di accettazione positiva incondizionata) a risultare di per sé «curativo».
Il counselor può essere visto in un certo senso come un capace «esploratore» di una situazione e di un momento di fragilità emotiva, con il fine di creare un livello di chiarezza favorevole a ristabilire un buon vissuto emozionale.
Manca quindi tendenzialmente nel counseling sia la progettualità, sia la finalità di consapevolezza e di sviluppo dei potenziali tipiche del coaching. D’altra parte sarebbe invece possibile riscontrare nella fase iniziale (quella dedicata all’esplorazione dello stato presente) di molti percorsi di coaching una dinamica che, per quanto appena detto, potrebbe a buon diritto essere considerata di counseling.
Il rapporto tra coaching e counseling potrebbe essere di conseguenza raffigurato, con il linguaggio della teoria degli insiemi, come di seguito (Tavola 3).


Tavola 3 – Rapporto tra coaching e counseling




In definitiva, riprendendo una definizione di Dennis Kinlaw (1999), il coaching può es sere visto come una «integrazione di diverse abilità». Kinlaw parlava in particolare di abilità di counseling, di mentoring, di tutoring e di confronting, ma per quanto qui presentato è possibile ampliare tale prospettiva anche al moderno concetto di formazione e di consulenza di processo.


CASO: De Rigo Vision – la formazione integrata al team coaching

De Rigo è una delle aziende leader mondiali nel settore dell’occhialeria. Nata nel 1978 per opera del fondatore Ennio De Rigo e basata da sempre in Veneto (sebbene oggi sia presente in tutto il mondo con numerose società controllate, che consentono la distribuzione dei prodotti del Gruppo in circa 80 paesi, soprattutto in Europa, Asia e nelle Americhe), l’azienda ha garantito l’alta qualità del «made in Italy» mantenendo l’ideazione e gran parte della produzione in Italia.
Numerosi sono i marchi trattati (e di conseguenza risulta complessa e cruciale la cura del design e del processo produttivo), che vanno da quelli di proprietà - Lozza, Police, Sting – al lungo elenco dei brand licenziatari - Celine, Chopard, Ermenegildo Zegna, Escada, Etro, Fila Eyewear, Furla, Givenchy, Jean Paul Gaultier, La Perla, Loewe e Pirelli.
De Rigo è anche uno dei più importanti rivenditori nel campo dell’ottica in Europa, grazie alle catene di negozi D&A e General Optica.

De Rigo Vision è la capogruppo del settore occhialeria, impegnata nella realizzazione delle principali fasi di produzione delle montature nei diversi stabilimenti gestiti, tra i quali il più importante, per i prodotti seguiti, è probabilmente quello centrale di Longarone (BL).
Per il 2007 l’azienda richiese a tale stabilimento il raggiungimento di obiettivi particolarmente ambiziosi sui principali indicatori di produzione. Per dar seguito a tale richiesta furono avviati importanti cambiamenti, che interessarono gran parte dello stabilimento, con revisioni nelle procedure e riorganizzazioni di alcuni reparti. Uno dei nodi da curare con maggiore attenzione fu individuato nella coesione del team di management dello stabilimento e nell’esercizio della leadership presso i reparti e nel team stesso.

Fu così deciso di avviare un intervento di tipo formativo con tutti i manager dello stabilimento, incluso il Responsabile, al fine di sviluppare una visione condivisa della situazione attuale, del traguardo atteso e dell’attività da svolgere per centrare l’obiettivo di generare un gruppo allineato sia nello stile di leadership, sia nelle modalità di interazione al proprio interno.
L’avvio del percorso fu preceduto da interviste personalizzate con ciascun partecipante, grazie alle quali i coach impegnati (gli stessi che avrebbero poi facilitato il lavoro in aula e gestito i momenti di team coaching) raccolsero le valutazioni dei diretti interessati sul mo mento presente vissuto dagli stessi, dallo stabilimento e dall’azienda nel suo complesso. Tali interviste furono realizzate attraverso un metodo quali quantitativo che rese poi possibile ed efficace una sintesi e un confronto tra le diverse prospettive dei singoli durante il primo incontro collettivo, nel corso del quale furono gettate le basi di tutto il successivo lavoro e si creò un clima di partecipazione motivata e responsabile al progetto.
La modalità proposta per gestire i successivi incontri fu quella dei workshop generativi con i partecipanti, chiamati ad elaborare in prima persona gli elementi della propria vision come team e a stabilire le regole e le modalità più indicate per favorire la crescita dello spirito di squadra e del lavoro svolto sia collettivamente, sia individualmente da ciascun manager con i propri diretti collaboratori nei reparti. Anche i momenti formativi in senso più tradizionale furono parte del programma dei workshop e vennero gestiti in modo interattivo, con confronti e integrazioni costanti con e tra i partecipanti.

All’interno dei workshop furono poi inserite sessioni di team coaching, ovvero momenti in cui la cabina di regia dello stabilimento (la squadra dei manager) svolse vere e proprie riunioni di lavoro per la gestione di problematiche specifiche. Il contributo dei coach in questo caso fu di feedback e ripresa delle dinamiche sviluppatesi, permettendo così a ciascuno e al gruppo nel suo complesso di specchiarsi e rielaborare le decisioni e i principi stabiliti nel percorso formativo.
I risultati ottenuti furono ulteriormente consolidati attraverso l’impegno preso dai parteci panti di applicare e monitorare i propri comportamenti, le azioni reazioni e la propria consapevolezza di ruolo sia nelle successive riunioni con il team di management, sia con i propri collaboratori.
Anche in questi casi i coach garantirono la loro supervisione, permettendo così di integrare i guadagni che i singoli individui e tutto il team acquisirono durante l’intero percorso in termini di maggiori capacità relazionali, orientamento al lavoro di gruppo, condivisione e confronto sulle decisioni prese, chiarezza e determinazione rispetto agli obiettivi di sviluppo dello stabilimento.


Massimiliano Cardani
Business e Life coach professionista, formatore e consulente in ambito organizzativo, strategico e di marketing, nonché docente di marketing presso il Politecnico di Milano (Facoltà del Design). E’ fondatore di DirezioneFuturo, network di società e professionisti impegnati nella ricerca e nell’offerta di servizi innovativi per lo sviluppo personale e aziendale. Segue numerosi progetti di potenziamento e trasformazione organizzativa e collabora con la scuola Future nei percorsi di formazione per coach. Pubblica su riviste e siti specializzati come esperto di coaching e comunicazione. E’ membro certificato PCC (Professional Certified Coach) della International Coach Federation e dal 2007 Regional Chapter Leader per la Lombardia della Federazione Italiana Coach (FIC-ICF).

 

 

 

 

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